No alla Comunione ai divorziati risposati

No alla Comunione ai divorziati risposati

No alla Comunione ai divorziati risposati anche dopo la relazione finale del  Sinodo del 2015.
XIV Assemblea generale ordinaria (4-25 ottobre 2015) sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”

Chi si occupa di cause matrimoniali di nullità (Avvocati, Giudici, Difensori del Vincolo), viene a contatto con la sofferenza di chi non può accostarsi ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucarestia; occorre quindi rispondere ad una questione che riguarda il cuore stesso della Chiesa e l’anima dei fedeli, una risposta da mero canonista. Questa non vuole né può essere una trattazione esaustiva, consapevole che sentire parlare di leggi, risulta sgradevole- ed irritante – per chi prova una reale sofferenza su un problema di fede; anche il Santo Padre Francesco ha diffidato da una interpretazione letterale delle norme, invitando ad attenersi al loro spirito.

Ciò premesso, ricordo che:

  1. I Sacramenti sono istituiti da Dio e non dalla Chiesa, la quale ne è la custode e li amministra, senza potere di mutarne l’essenza;
  2. la Santissima Eucarestia è: “Il più augusto dei sacramenti, poiché in essa è contenuto, viene offerto e si riceve lo stesso Cristo Signore…è il culmine e la fonte di tutto il culto e la vita cristiana…Gli altri sacramenti, infatti, e tutte le opere di apostolato della Chiesa sono strettamente legati all’Eucarestia ed ad essa sono legati” (Can.897 Codice di Diritto Canonico, abbrev. CDC).Perché i fedeli divorziati e risposati non possono essere ricevere la comunione? Perché: “Non si ammettano alla sacra comunione…quanti dovessero persistere ostinatamente in un manifesto peccato grave” (Can.915 CDC). Se sembrano parole pesanti, invitiamo a leggere San Paolo, I° Corinzi, 27-29: “Chi mangia il pane del Signore o beve il Suo calice in modo indegno…mangia e beve la sua condanna”.

Le parole chiave sono quindi a) Persistere ostinatamente; b) Manifesto; c) Peccato grave; partiamo dall’ultima. C) “È PECCATO MORTALE (o grave n.d.a.) quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso” (n. 1857 Catechismo della Chiesa Cattolica, abbrev. CCC). “La materia grave” è precisata dai biblici dieci comandamenti (Esodo 20, 14), secondo la risposta di Gesù al giovane ricco (Mt 10,19; cfr.1858 CCC); tra questi: «Non commettere adulterio». Per adulterio ci si riferisce, per la Chiesa, a tutta la sessualità umana al di fuori del matrimonio canonico. Gesù Cristo, nel Vangelo, si riferisce espressamente al “divorzio” dell’epoca in cui è vissuto, il ripudio esistente nella legge mosaica: “Chi rimanda la sua donna, se non è un caso di concubinato, e ne sposa un’altra è adultero e chi sposa una ripudiata è adultero” (Vangelo di Matteo, 19, 9; Marco 10,11-12; Luca 16,18). Inoltre: “Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. Esso pretende di sciogliere il patto, liberamente stipulato dagli sposi, di vivere l’uno con l’altro fino alla morte. Il divorzio offende l’Alleanza della salvezza, di cui il Matrimonio sacramentale è segno. Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente” (n.2384 CCC). B) IL PECCATO DEVE ESSERE MANIFESTO, OSSIA PUBBLICO; chi si risposa civilmente lo fa in forma pubblica, quindi rientra nel caso. A) LA PERSISTENZA OSTINATA: ogni peccato, tranne la bestemmia contro lo Spirito Santo, può essere rimesso, alle debite condizioni. Non si può però assolvere chi rimane in condizione di peccato.

Il sacramento della Penitenza, o Confessione permette infatti, con l’assoluzione, l’ammissione alla Santissima Eucarestia anche di chi ha commesso un manifesto peccato grave. Ma: “L’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento.” (Esortazione Ap. Post-Sinodale Reconciliatio et paenitentia; 2.12.1984, n. 31,III). Espressamente, sui divorziati risposati, la stessa Reconciliatio et paenitentia, al punto 34, afferma poi che: “La Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste” e rimanda alla Esortazione Apostolica di San Giovanni Paolo II° “Familiaris consortio” dove troviamo la spiegazione più chiara della posizione della Chiesa sui fedeli divorziati risposati: “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia.

C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).”(Familiaris consortio,  22.11.1981, n.84).

Quindi: il divorziato risposato non può accedere alla Santissima Eucarestia perché si trova in una situazione di peccato grave e manifesto, peccato da cui non può essere assolto con la Confessione, perché è un peccato in cui rimane, è in una situazione permanente di peccato grave. Solo se pone fine alla situazione di peccato, vivendo in castità e – possibilmente – separandosi dal coniuge sposato civilmente, potrebbe accedere alla Confessione e poi all’ Eucarestia.

Il Sinodo del 2015

La Relazione finale del Sinodo del 2015 dedica all’argomento dei divorziati risposati i nn.84 – 86, in cui NON si parla espressamente dell’ammissione all’Eucarestia, ma dal documento possiamo estrarre alcuni punti:

  1. “I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo.” [Nota: Il termine “scandalo” per la Chiesa vuol dire indurre in errore gli altri fedeli, favorendone la caduta nel peccato; per Gesù: “Guai a quelli che li provocano. Se qualcuno farà perdere la fede a una di queste persone semplici, sarebbe meglio per lui che fosse gettato in mare con una grossa pietra al collo” (Luca, 17,1)].
  2. “Occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate”;
  3. “Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi.”; Il criterio del discernimento caso per caso era contenuto anche nella Familiaris consortio, che però si esprimeva chiaramente come sopra abbiamo visto; i Padri Sinodali hanno quindi proposto al Santo Padre una riflessione sull’ imputabilità del peccato citando:“L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, da timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali.” (1735,CCC).

In sostanza, ci sembra di capire, ci si domanda se, anche quando la materia è grave, nel singolo divorziato risposato, preso caso per caso, vi sia quella: “Piena consapevolezza e deliberato consenso” che consentono di qualificare il suo agire come peccato e come peccato grave o mortale.

Mi fermo, poiché dall’esposizione dovrei passare ad un’interpretazione, cosa che non voglio né posso fare.

CONCLUSIONI

Ad oggi vige ancora la disciplina illustrata nella Familiaris consortio, ovvero la non ammissione dei divorziati risposati alla Santissima Eucarestia; precisiamo:solo i divorziati risposati; non i semplici divorziati, né i separati. Questo perché il Sinodo è un organismo formato da un’assemblea di Vescovi, scelti da ogni regione del mondo, ai quali spetta la collaborare col Romano Pontefice:“Con i loro consigli, ai fini della tutela e dell’incremento della fede e dei costumi e della conservazione e del consolidamento della disciplina ecclesiastica, e inoltre per studiare i problemi concernenti l’azione della Chiesa nel mondo” (Canone 342 CDC). Ha una funzione puramente di consultazione, di consiglio, di studio. Non ha potere di decidere sulle questioni che tratta, salva espressa concessione del Romano Pontefice; in quest’ultimo caso le decisioni potrebbero avere valore di legge solo se ratificate, ossia confermate, dal Romano Pontefice (Can.343 del CDC).

Il Sinodo ordinario del 2015 non ha ricevuto dal Romano Pontefice il potere di deliberare, di decidere sulle numerose questioni trattate; si è attenuto al compito, suo proprio, di fornire al Sommo Pontefice i propri consigli ed i risultati dello studio svolto dai Padri Sinodali.

Spetterà quindi al Romano Pontefice a) stabilire in primo luogo quali siano le esclusioni attualmente vigenti che possono essere superate e se tra esse rientri l’ammissione alla SS. Eucarestia b) fissare una norma generale in materia c)  indicare in quali casi sia possibile derogare a tale norma, facendo uso – suggeriscono i Padri Sinodali, richiamandosi anche alla Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II° – del discernimento pastorale, della distinzione tra le varie situazioni delle persone e del criterio della imputabilità. In questa Sua opera di legislatore, il Santo Padre troverà il solo limite del diritto divino, naturale o positivo.

Ultime considerazioni

I termini usati possono apparire indelicati (peccato, adulterio, scandalo ed altri) ma sono quelli tecnici della materia. Ogni uomo è peccatore, i divorziati risposati non sono peccatori per eccellenza, ma fedeli che si trovano in una situazione del tutto particolare. Tutti i documenti che si riferiscono ai divorziati risposati esprimono piena comprensione del dramma che questi fedeli vivono e sono fermi nel precisare che non sono scomunicati, né al di fuori della Chiesa e che anzi la Chiesa è sempre aperta ad accoglierli; prova ne sia il costante sforzo di cercare una soluzione ad un problema enormemente complesso. Se la Chiesa opera in un certo modo, lo fa seguendo sempre la Sua legge suprema, che è la salvezza delle anime (Can.1752, CDC).

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